Per qualcuno finalmente, per qualcun altro tristemente, per qualcun altro ancora giustamente, ma sbagliando nei tempi, gli Oasis non esistono più.
Noel Gallagher, con una dichiarazione ufficiale sul sito Oasisinet.com, ha ufficializzato l’abbandono della band, a soli 3 concerti dalla fine del (probabilmente ultimo) tour, per l’impossibilità di continuare a lavorare con un fratello poco professionale e un management che, secondo Noel, doveva essere più un amministratore di sostegno di Liam che l’adulatoria corte di un cantante che non ha mai abbandonato i suoi vizi e che ha visto deteriorare sempre più la propria voce. Si potrà discutere a lungo l’opportunità e la correttezza di un professionista come Noel (o almeno basandoci su quello che egli crede di sé stesso) che lascia migliaia di paganti senza rimborso e senza spettacolo a poche ore dai concerti previsti, ma quel che è certo è che lo scioglimento, formale o sostanziale che sia, degli Oasis rappresenta un evento, per un certo tipo di generazione, scioccante.
Ricorderemo tutti per sempre dove abbiamo ascoltato o letto la notizia, il luogo, il momento della giornata, e cosa stavamo facendo in quel momento. Proprio come gli eventi che fanno la Grande Storia, dalla morte di Kennedy all’11 Settembre 2001. Ma ogni uomo ha la sua storia e, per coloro che hanno vissuto l’adolescenza a base di Cigarettes and Alcohol e Supersonic, gli Oasis hanno rappresentato la propria colonna sonora. L’appiglio nei momenti di sconforto e l’espressione della propria allegria. Con lo scioglimento finisce ufficialmente la nostra adolescenza. E’ come svegliarsi di colpo e scoprire di essere adulti senza possibilità di ritorno.
E’ andato ufficialmente perso il feticcio che ci legava ad un passato che ci ha dato molto ma che però non faceva più vibrare il presente. Che però risulta, per molti, estremamente condizionato. Amori, amicizie, condivisione di interessi, serate divertenti, e anche delusioni. Tutto ciò che si può chiamare vita, per alcuni è passato attraverso la dimensione fisica spazio-temporale degli Oasis, quasi fosse un universo parallelo in cui ci si è trovati casualmente, e con il quale si è dovuto fare necessariamente i conti. Fosse per un’ossessione, una passione, o semplicemente un apprezzamento importante, la band di Manchester ha unito, in una peculiare epoca di rivoluzione cibernetica, persone e città, caratteri contraddittori e solitudini croniche. Un fenomeno da studiare più con i modelli religiosi che con quelli sociologici.
Se McFly di Ritorno al Futuro volesse cambiare il nostro corso temporale, ruberebbe il master di Definitely Maybe.
Di recente gli Oasis non erano più competitivi come un tempo. La vena creativa di Noel, in diminuzione, e l’apporto di dubbia qualità da parte degli altri membri della band avevano reso i Gallagher un carrozzone che andava avanti più per inerzia della passione, per alcuni consumata e logora, dei fans che per la bontà della produzione. Per molti era diventato un primo amore matrimonializzato, con i suoi alti e bassi, con i doveri coniugali ciclici che consistevano nel seguirli delle date italiane (e non solo), con i malumori, e, perché no, anche con le sue ironie nei confronti del consorte. Per altri, più giovani, gli Oasis rappresentano ancora un primo amore vivo, nel pieno nel travolgimento emotivo, quando gli ormoni girano a velocità da CERN di Ginevra. A loro va tutta la mia comprensione e la solidarietà per la cocente delusione subìta in questi giorni. E quando si parla di mancanza di rispetto ci si riferisce proprio nei confronti delle nuove leve che, agli occhi dell’adulto vaccinato a mille concerti, appaiono ridicole, ma che hanno diritto lo stesso alla soddisfazione delle loro passioni, proprio come successe a noi anni fa.
Ringrazio gli Oasis per avermi fatto conoscere la musica che amo. Sulla bocca di Noel ho sentito nomi a me totalmente sconosciuti, ma che hanno avuto un significato importante successivamente. Senza Champagne Supernova o Don’t Look Back In Anger probabilmente non avrei mai conosciuto gli Smiths, gli Stone Roses, i Joy Division, i Jesus and Mary Chain, senza contare le band che sono nate all’ombra degli Oasis stessi. L’ipotetico McFly mi avrebbe rubato non solo Columbia, ma anche That Joke Isn’t Funny Anymore, There is a Light That Never Goes Out, I Am The Resurrection, Shadowplay. La speranza è che anche gli orfanelli oasisiani possano un giorno scoprire immense canzoni che hanno fatto la storia del rock, relativizzando l’importanza dei mancuniani e apprezzandoli più come un viatico di conoscenza piuttosto che come il fine, e la fine, di tutto.
McFly mi avrebbe rubato, insieme a Slide Away, un pezzo di vita che ho vissuto, e che forse non necessariamente avrei dovuto vivere. In un universo parallelo starei ascoltando la disco svedese, e sarei diventato un discotecaro con solo gusti raffinati, con relative conoscenze annesse e connesse. Invece grazie ai forum, alle chat tematiche, anni prima del boom di Facebook e di Myspace, quando le persone interagivano discutendo sugli argomenti e sui temi proposti, facendo emergere, più o meno gradualmente e sinceramente, i lati della propria personalità (salvo poi capire successivamente che le cose stavano in modo differente), creando miti, caratteristi, personaggi, figure, beffando e prendendo in giro, aprendo il cuore e percependo la presenza di altri potenzialmente amici e affascinanti, il mondo oasisiano ha preso forma, e ognuno ha recitato una parte ben precisa. Da qui, per molti, sono nate conoscenze che sono andate ben al di là di un rapporto telematico, con tutti i rischi, e le facilitazioni, del caso. Gli Oasis sono stati una livella, per dirla alla Totò. Hanno fatto uscire alcuni dall’isolamento e anche dalla timidezza, per proiettarli in un'esperienza sociale cementata da passioni comuni, anche diverse dagli Oasis. Un mondo fragile che continua ancora ad esistere, benché sia i forum sia le chat siano sottoposte alla legge inesorabile delle civiltà: nascono, crescono, e muoiono. Sono nati amori, sono nate amicizie, nel segno degli Oasis. Sono nate anche profonde delusioni, e situazioni in cui le incompatibilità di “spogliatoio” hanno la meglio sul resto. Gli Oasis hanno fatto semplicemente emergere, convogliando persone diverse con destini diversi, cose terribilmente umane.
Per questo motivo domenica non è stato un giorno qualsiasi. Lo si percepiva sin dall’uscita della metro Fiera Rho, linea rossa di Milano, capolinea, in compagnia di Davide e Gianluca. Attesa una fiumana di gente, la fiumana non c’era. Si intravedevano qua e là persone con la maglia degli Oasis, ma i loro volti erano spenti d’entusiasmo. Nessun coro, nessun schiamazzo. La Notizia era corsa sin dalla mezzanotte del venerdì sera, quando Noel Gallagher aveva emanato la dichiarazione, e il tam tam aveva rapidamente raggiunto forum, chat, cellulari, Facebook, Twitter. Numero di presenze da record per l’ora nelle chat, post di gente ormai dispersa proprio come i parenti che si fanno rivedere solo nelle ricorrenze funebri. Tutti hanno visto una verità da giorni nell’aria palesarsi all’improvviso, a sorpresa. Gli Oasis avevano cessato di esistere. La domenica a Rho vi sarebbe stato un funerale senza morto, a differenza di quanto, da alcuni, compreso me, sperato. L’occasione di vedere l’ultimo concerto degli Oasis della storia era troppo ghiotta, proprio in Italia. Un’esperienza da raccontare. Invece la bara sarebbe rimasta vuota. La memoria degli Oasis è stata evocata, come da preti durante la messa funebre, dai Twisted Wheels, che hanno dedicato una canzone che sapeva di già sentito (come il 70% del set), così come dagli ottimi Expatriate, upset per la notizia. I Kasabian, fenomenali sul palco, hanno dedicato L.S.F. agli Oasis, mentre i Kooks hanno iniziato Live Forever, per attaccare poi She Moves On Her Own Way, nella delusione generale del pubblico che avrebbe voluto sentire qualcosa del repertorio gallagheriano. Il resto sono voci di presenza di Liam a Milano che avrebbe dovuto fare qualcosa con i Kasabian, salvo essere smentite quando si è scoperto che Liam era comodamente disteso a prendere il sole sul Lago di Como, canzoni intonate dai fan, prive però di quella carica emotiva che si registrava nei pre-concerti tradizionali, suonando in questo modo come un triste elogio che si fa dei cari scomparsi, e atmosfera dimessa con volti dimessi, con il pensiero che dopo i Kooks non ci sarebbero stati loro. Pensiero condiviso sia da chi teneva tanto al concerto, sia da chi andava a Rho da brit-pensionato, come me. Il coro “Oasis Oasis” durante le pause fra le canzoni dei vari gruppi appariva come una rivendicazione della propria identità e al contempo una preghiera, come a voler fermare il corso naturale degli eventi.
Restano però fulgidi 5 anni in cui gli Oasis hanno guadagnato la meritata ribalta, e 13 in cui tra alti e bassi, scazzottate e dischi discutibili, hanno continuato a far sognare un’intera generazione di appassionati. Sciogliendosi nel 1996 avevano la possibilità di diventare mitici come gli Stone Roses, facendolo invece nel 2009 sono rimasti Oasis. Per la gioia di chi, per ragioni che dipendono dai propri genitori, ha potuto vivere intensamente una passione solo qualche anno più tardi. Resta la gratitudine per le canzoni e per la cultura brit che ci hanno trasmesso, ma ora è giusto che il sipario rimanga calato per sempre.
V.
Per descrivere Bobby Gillespie e soci è necessario attingere a piene mani dal registro linguistico del Barone Von Clausewitz, leggendario stratega prussiano autore del libro Sulla guerra, o di Sun Tzu, che scrisse L'arte della guerra. La recensione del concerto potrebbe esaurirsi con una specie di aforisma: se le guerre si combattessero con le chitarre, i Primal Scream potrebbero ricostituire l'impero romano.
I Primal Scream hanno regalato 1 ora e mezza di grande spettacolo e di rock misto a elettronica di grande qualità, fra le passeggiate molto "vellutate" sul palco da parte di un Bobby Gillespie in formato Jamiroquai (grazie Flavio per avermi levato la parola dalla lingua) e le burle del bassista Mani, ex Stone Roses. Dopo un ottimo set dei Ladytron, cui ho potuto assistere solo per metà (dire che il parco della Venaria di Torino, luogo del concerto, sia un pochettino fuorimano è quantomeno un eufemismo, ma ovviamente non è colpa della posizione se si arriva in colpevole ritardo) e che mi ha impressionato, a parte Destroy everything you touch, eseguita senza "rabbia", giunse la volta dei Primal Scream, introdotti da un presentatore piuttosto improbabile. Si parte con Can't go back, singolo di lancio del nuovo album Beautiful future, e si prosegue con Miss Lucifer, pezzo "techno" con la violenza del rock, seguite da Country Girl e Jailbird. Tutto si può dire tranne che sia un inizio con freno a mano. Tra chitarre taglienti e ruggenti al punto giusto e un basso martellante, Bobby Gillespie si è mosso con grande stile tirando fuori una voce che dimostra come la droga non devasti, almeno direttamente, le corde vocali. Non che sia un elogio all'eroina, per carità, però è indiscutibile che chiunque abbia visto Bobby l'altra sera e abbia velleità di frontman, abbia scelto lui come modello. Il momento più alto sicuramente il tris in rapida successione City-Shoot Speed-Swastika Eyes, con l'ultima che forse ha avuto il difetto di partire un po' lenta. Al di là di questa piccola critica e della presenza di lenti da Screamadelica su cui si poteva soprassedere (tipo Damaged che poteva essere sostituita dalla splendida I'm losing more than I'll ever have) resta un concerto di grande classe per un gruppo che non gode dei riflettori dei palchi chiaccheratissimi dalla stampa musicale ma che ha tanta esperienza da vendere e soprattutto ha saputo attraversare 20 anni di musica affrontando sempre nuove sfide, a partire dalla rivoluzione Screamadelica. Un vero e proprio master di strategia bellica da concerto.
V. (per la foto si ringrazia Flavio)
10 Luglio 2009 Torino Primal Scream + Ladytron inviato Vitellozzo
14 Luglio 2009 Roma The Killers + Franz Ferdinand + White Lies inviati Vitellozzo e Lara Kasabian
30 Agosto 2009 Milano Oasis + Kasabian + Kooks inviati Vitellozzo Lara Kasabian (e probabilmente Sweet Jane)
Ci saranno aggiornamenti in tempo reale, stay tuned (c'è da dire che i Primal Scream + Ladytron è meglio della Doppietta Premier League+FA Cup dell'Arsenal del 67 descritta da nick Hornby in febbre a 90 gradi)
V.
Comfortably Numb dei Pink Floyd di Pulse è la canzone perfetta un attimo prima dell'Apocalisse. Dopo si può calare il sipario.
(PS: ho scritto poco, ora sei contento, fenomeno?
)
V.
Tanto amore al misterioso visitatore di Latiano, (fantastico) paese del brindisino che ha dimostrato di avere un lato oscuro ;)
Bacetti anche a Manduria e Tricase. Salento strikes again.
MA POI STA GENTE CHI E'? :D
Buon sabato notte a tutti! STAY COOL!
L.K.
ps.
DAJE IVREA SIETE STRAFIGHI ANCHE VOI!!!!!!!
Lara Kasabian, in un commento sul post su Irina di Intimissimi, mi ha accusato di essere un lenone. Detto in parole semplici, di essere un mignottaro. Con un excursus storico-socio-letterario andiamo a scoprire i significati più reconditi di questo termine.
Cominciamo dall'etimologia: nell'interpretazione più diffusa la parola deriva dal latino lenone(m), dal verbo lenire, ovvero render dolce, mitigare. Il lenone, dunque, è "un vile mezzano che con blandizie e seduzioni favorisce l'altrui prostituzione". Un suo sinonimo recente è ruffiano. Già da questa origine notiamo come il favoreggiamento della prostituzione, che è il mestiere più antico del mondo, nell'antica Roma e Grecia fosse un'arte molto più nobile da parte del "datore di lavoro" rispetto alla prostituzione attuale, che equivale a sfruttamento. Questo giro d'affari implicava più la capacità di convincere, di arruffianarsi appunto i favori della donna in questione che poteva in tal modo concedere i diritti di esclusiva al lenone con un buon potere contrattuale, visto che doveva essere "conquistata". E' un po' come se oggi un PR potesse concludere contratti con le ragazze più carine che entrano nella sua discoteca blandendole e convincendole con favori a concedere la loro "mercanzia" nel locale, dietro pagamento da parte dei clienti, i cui introiti sarebbero poi redistribuiti tra le parti. In pratica un modo per regolarizzare (magari tassando)
l'abituale attività notturna nella discoteca. Non vi è un atto di forza, nè tratta di schiave. A volte nell'antica Grecia la prostituta poteva essere una donna d'alto bordo, colta, ed influente. Il primo bordello (tassato come succede ora ad Amsterdam!) ad Atene fu istituito nel VI secolo a.C. da Solone il Legislatore, che tra un viaggio a Sais in Egitto per ascoltare la storia di Atlantide e un'abolizione della schiavitù per debiti (pensate che bello vedere Rosella Sensi, Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi venduti a poco prezzo al mercato rionale dai loro creditori: nell'antica Roma era possibile) si faceva dei bei giri per i localetti del Pireo, che accontentavano maschi e femmine: difatti la bisessualità, fondata sul puro concetto del bello estetico, era la norma nell'antichità, e così anche la prostituzione non era per niente ad appannaggio di quello o di quell'altro sesso, ma era fenomeno praticamente paritetico. Quindi si può affermare con comprovata certezza storica che il lenocinio fosse un'attività redditizia, e che Riccardo Schicchi con il suo lupanario moderno chiamato Diva Futura non avesse inventato nulla. In realtà il lenone era anche un personaggio caratteristico della letteratura greca e latina. Ne troviamo citazione in un mimiambo del lirico greco Eroda del II secolo a.C., dal titolo Il lenone. In questa parodia giudiziaria del tempo, in stile Avvocato Messina dell'epoca, Battaro, padrone di un bordello, cita in tribunale colui che di notte era penetrato nella sua casa con la forza e gli aveva portato via la ragazza più bella senza pagarla. Battaro chiede che la sentenza dei giudici sia libera dai preconcetti verso il suo mestiere. Seppure opera scritta con ironia, questa rappresenta una battaglia legale per il riconoscimento dei diritti del lenone, che non aveva un'Alfa da guidare, ma aveva tanti interessi da difendere. E' una figura professionale romantica purtroppo scomparsa, sostituita ora dal più volgare e disonesto pappone. Il nostro excursus termina con Plauto e la sua commedia Pseudolus. Il giovane Calidoro ama la cortigiana Fenicio, che il lenone Ballione ha già venduto ad un soldato macedone per venti mine: quindici anticipate, più cinque che un messo del soldato sborserà entro la sera. Calidoro si affida all’ingegno furfantesco e creativo del suo schiavo Pseudolo (=ingannatore), che si mette all’opera, sgominando progressivamente ogni ostacolo e vincendo addirittura un’impossibile scommessa con Simia, padre di Calidoro. Ballione perde la ragazza, è costretto a restituire il denaro al messo del soldato e a sborsare per giunta altre venti mine a Simia per un'altra scommessa perduta. Come si nota dalla trama il lenone aveva una vera e propria scuderia: Schicchi non ha inventato proprio nulla...
V.
Oggi è stata una giornata raccapricciante.
Di quelle interminabili giornate agonizzanti in cui devi studiare ma non ne hai la minima voglia, devi andare a correre ma non ne hai la minima voglia, devi fare milioni di cose ma non ne hai la minima voglia.
Un disastro, un vero disastro.
Resoconto: sono andata a vedere Coco avant Chanel, ho ascoltato un nostalgico Frank Sinatra (unica voce non stonata in un pomeriggio very very cloudy), ho spulciato riviste di moda seduta sul balcone in compagnia di una –ahimè- busta di OREO, ho dato buca al colto appuntamento serale e mi sono chiusa in casa con una coperta e il notebook sulle ginocchia. E ho aperto una nuova busta di OREO.
I risultati sono vari e anch’essi estremamente raccapriccianti.
Li avete mai visti i cataloghi di intimo? Beh sicuramente si.
Ragazzi o ragazze che siate, trend setter o meno, sono certa che un giretto su Victoria Secret’s, Agent Provocateur o il nostrano Intimissimi ve lo siete fatto.
Questa volta non voglio parlare di moda. Assolutamente no.
Dopo un pomeriggio di filosofiche elucubrazioni davanti ad una preziosissima copia di Teen Vogue e le deliziose camicine di Audrey Toutu ho deciso che andrò anarchicamente in giro in mutandoni oversize e infradito di gomma proprio perché (almeno fino a domani;) voglio essere outlaw come un pirata.
E quindi giungo al punto:
Ci avete mai fatto caso che le modelle di intimo sono tutte prese malissimo?
Me ne sono accorta per la prima volta questo pomeriggio.
Ecco qualche valido esempio:

L’espressione è chiaramente a metà tra la stitichezza cronica e un’incombente dichiarazione dei redditi da compilare.
A guardarlo per un’ora, col tempo uggioso e i sensi di colpa da studio, il catalogo Intimissimi perde gran parte del suo fascino.
Ma quella faccia da “sto passando il martirio della madonna” vende davvero più di un solare e semplice sorriso?
Una volta chiuso il catalogo, come se non bastasse, al mio primo login su Facebook mi sono accorta che si- anche su Facebook- gli avatar delle utentesse più richieste le raffigurano in momenti di massimo sconforto, anche la classica girilish indie pose ritrae signorine un po’ scoglionate o afflitte da gastriti e, nel caso più eclatante, assicuro anche evidenti problemi emorroidali.
Eppure si, il preso male attizza da morire.
Basta pensare agli effetti sconvolgenti che ha avuto in Italia lo spot Intimissimi in cui, per la prima volta, la splendida Irina Shaykhlishamova si dimostra essere reale in 30secondi di surreali rotazioni su se stessa in un gioco di specchi (le scomposte rotazioni saranno forse dettate dalla paura di romperne uno, farsi sette anni di sfiga doversene ritornare in Russia a studiare) che ha fatto letteralmente IMPAZZIRE i maschi italici.
E non c’è da biasimarli, per carità.
Certo è che anche nello spot la signorina dimostra di non aver ancora compilato la dichiarazione dei redditi e deciso a chi affidare il suo 8per mille.
Per le suddette ragioni godetevi questo video geniale.
E guai a chi ride!
…Sarà mica che in un mondo di presi male, la cosa più indie siano i nostri sorrisoni? ;)
L.K.